Cronache dalla vecchia new economy
Il silenzio assordante
Devo dire che sono stupito di quanto sta avvenendo in rete in questo momento, a seguito della presentazione del portale Italia.it.
Intendiamoci non che il prodotto non meriti il trattamento che sta ricevendo, ma mi sorprende il coro unanime di critiche e l’aggregazione di forme organizzate di protesta (basta dare uno sguardo qui).
Rispetto ad altri, ho la fortuna (sic!) di osservare il fenomeno dall’interno, facendo parte del progetto Italia.it dal lontano novembre 2005. Proprio questo osservatorio previlegiato mi consente di ipotizzare che, per la blogosfera italiana, questo episodio rappresenti il punto di svolta, quello che la trasformerà da strumento di informazione per le elite culturali, ad abbozzo di strumento di comunicazione di massa.
Negli altri paesi, negli USA in particolare, questa trasformazione è già avvenuta da tempo e molti osservatori ritengono che la vittoria dei democratici nelle elezioni di mid-term sia ascrivibile proprio alla virulenza con cui la comunità dei blogger ha smontato la politica, interna ed estera, di Bush. Non dimentichiamoci poi che alcune dimissioni di rilievo sono anch’esse dovute alla cura con la quale i blogger sono riusciti a tenere vive storie che sui media tradizionali sarebbero rapidamente passate nel dimenticatoio.
Proprio la dimensione di media alternativo, mai domo, rispetto a quelli tradizionali, credo sia l’aspetto più interessante legato per il momento ad Italia.it, o almeno l’unico del quale io possa liberamente trattare. Immediatamente dopo la presentazione del portale, avvenuta il 22 febbraio, è nata una protesta spontanea che muoveva due rilievi principali:
- La spesa dichiarata (45 milioni di Euro) era ingiustificata, anche per un prodotto eccellente
Il tutto, è bene precisare, nel silenzio pressoché totale dei media tradizionali: possibile che nessun giornalista “vero” si sia accorto dello scandalo?
L’altro silenzio che indispettiva i blogger era quello dei diretti interessati, presenti a Milano il 22 febbraio con toni trionfalistici e poi drammaticamente assenti dal proscenio nei giorni a venire.
Un silenzio assordante, totale, rotto solo dalle urla di dolore della blogosfera.
Il silenzio si rompe martedi 27, quando l’amministratore delegato di Innovazione Italia, riceve la telefonata di una giornalista di longo corso della Stampa, essa stessa blogger, e non rifiuta di parlarle. Racconta la sua verità e crede di mettere fine alla storia dei 45 milioni di Euro, dichiarando che in realtà ne è stato speso solamente uno e che c’è stato un contenzioso tra committenza e fornitori.
Qui i blogger riescono a fare il salto di qualità e da veri giornalisti d’inchiesta, quali NON sono, è bene precisarlo; scoprono l’inghippo e titolano “Il trionfo degli inetti”. La storia di Italia.it non è una semplice questione di magna magna, ma è lo specchio dell’Italia menefreghista, incompetente ed arrivista. Avevano a disposizione 45 milioni di Euro, avrebbero potuto fare un prodotto eccellente per promuovere l’Italia all’estero, non ci sono riusciti ma se ne sono fregati e hanno presentato lo stesso il portale senza considerare le conseguenze negative che avvrebbe potuto avere per il paese, pensando solamente al proprio interesse personale.
La vicenda Italia.it, grave in sé, è quindi lo specchio dell’Italia che non funziona, che non potrà mai funzionare. Non credo che i blogger più attivi contro Italia.it abbiano per il momento compreso la portata della loro scoperta e continuano a dedicarsi con meticoloso puntiglio a raccogliere informazioni per fornire all’opinione pubblica un quadro il più possibile preciso di questo ennesimo (già citato) scandalo italiano.
Ogni nuova notizia che appaia in un blog, sebbene accolta con un’alzata di spalle dai diretti interessati, è una nuova pugnalata nelle loro notti insonni. E’ un lento stillicidio che mina le fondamenta delle loro certezze e porterà tutti, inevitabilmente a uno showdown dagli esiti incerti e forse, per alcuni, drammatici.
Proprio oggi, alle 17, ci potrà essere un primo assaggio semi-pubblico. L’osservatorio ICT della Margherita, un organo consultivo all’interno del partito di Rutelli, si riunisce per discutere di Italia.it, alla presenza di tutti i protagonisti (colpevoli?) del giallo: IBM, Innovazione Italia, Ministero dei Beni Culturali, ecc.
Anche qui, i blogger hanno capito bene che si tratta di un punto di svolta, un evento che mai si è verificato prima: un processo “pubblico” che esiste proprio solo per la furia di verità della blogosfera. Fosse stato per i vertici della Politica, probabilmente questa discussione non sarebbe mai potuta avvenire, basti considerare che un appunto di critica pubblicato sul sito dell’Osservatorio da Amelia Vetromile (referente dell’Osservatorio stesso per la Pubblica Amministrazione) è stato prontamente rimosso dopo un paio di giorni.
Un altro evento importante, tanto che il presidente dell’Ossevatorio e membro influenze dall’Innovazione nei palazzi romani, Paolo Zocchi, ha già deciso di partecipare, è Ritalia Camp: una riunione prevista a Milano per il 31 marzo propedeutica all’avvio di un nuovo progetto Italia.it, questa volta nelle mani di gente “competente”, senza fini di lucro e probabilmente senza costi, sul modello collaborativo di Linux.
Quale può essere il punto di approdo di tutto ciò?
Ho una certezza: per fine anno Italia.it sarà un prodotto migliore, di quello attuale è certo, di quello dei concorrenti forse. Basta che a nessuno venga in mente di spegnerlo e spostare indietro l'asse del tempo a tre anni fa.
La comunità dei blogger avrà acquisito la consapevolezza che uniti si vince e che è entrata a far parte di diritto dei mezzi di comunicazione di massa che creano opinioni e generano consenso.
Se poi la storia di Italia.it sarà applicabile in altri ambiti e porti a una democrazia migliore, più partecipativa, nel quale il controllo dell’operato dei politici sia nelle mani di cittadini, è forse presto per dirlo. Forse serviranno un altro paio di spallate, ma credo fermamente che il movimento spontaneo nato attorno a Italia.it potrà essere ricordato come il primo esempio collaborativo di giornalismo investigativo di successo in Italia, un po’ come il caso Sifar degli anni ’60 fece il successo di un settimanale come l’Espresso.